Quando si sparse la notizia del mio licenziamento, un giovane collega ricciolino elegantino commentò platealmente in sala mensa, ovviamente in mia assenza, che lavorare con me "in effetti è difficile" perché sembro sempre parecchio infastidito. Come se questo spiegasse e, soprattutto, giustificasse. Con lui avevo in effetti lavorato in diverse occasioni, e molte volte avrei pure giurato che ci fossimo divertiti. Almeno un po', per quanto possibile.
Appena saputo, mi venne l'impulso d'irrompere nel suo ufficetto per urlargli in faccia che satana in persona aveva il suo nome tatuato sulla punta dell'uccello, ma poi lasciai perdere. È che siamo fatti così: sempre lieti, sollevati d'essere accolti nella comoda struttura che incentiva cinismo e vigliaccheria.
C'è
un'enorme complessità, a disposizione, in cui nascondersi e lasciarsi andare. Dici "io non sono così: fingo,
gioco", e così ti ripari dove
puoi conservare una sorta di lercia verginità, mentre sogni la promozione
convincendoti che in fondo si tratta solo d'orchestrare e dirigere, e tu saresti
proprio un buon regista lucido e capace. Oppure pensi "son soldi, è
una cosa temporanea e la faccio solo per soldi" e così ti nascondi ad
osservarci da dove noi tutti sembriamo minuscoli, distanti e mossi da
bisogni minimi e soddisfazioni incomprensibili. Oppure "me lo merito, sono
bravo e tutti devono esser conquistati dalle mie innegabili capacità",
e così aderisci all'andazzo da un piano in cui deliri di poterlo dominare
o perlomeno manipolare. La mentalità aziendale è un dolce mostro millefoglie che ci accoglie e schiaccia tutti nella sua cremina nauseabonda, qualsiasi sia la nostra personale
illusione motivante: per rendere appetitoso l'ignobile è sufficiente strutturarlo, gettarlo nella complessità.
Se c'è un momento in cui è possibile dire
basta, è quel momento che si ripresenta quotidianamente all'infinito e conduce non alla
disfatta, ma ad una completa rovina da accogliere finalmente con meritatissimo sollievo.
Intuisco, intravedo forse per la prima volta queste banalità destabilizzanti - per il mio ai tempi ancor giovine e scattante cervelletto - contemplando l'automobile distrutta, al bordo d'una statale lombarda.
Era il periodo in cui allentavo la tensione per la stesura della tesi lavorando per una neonata pretenziosa casa vinicola. Un vino prelibato quanto invendibile, poiché costoso ma sconosciuto: l'azienda, fondata pochi anni prima per hobby da una combriccola d'amici danarosi, aveva concesso carta bianca ad un celebre enologo, che s'era così potuto togliere lo sfizio di progettare i vigneti e tutto il processo produttivo in prospettiva del massimo risultato e con la massima noncuranza per l'altrui pecunia.
Non riuscivo a vendere quell'arrogante brodaglia praticamente a nessuno, e la paga era ovviamente solo a provvigione. Ma andava bene così: volevo star solo, un po' per riflettere e un po' per evitare di farlo.
Ricordo che alle fiere, col consueto sprezzante disinteresse verso cliente e venditore, i tizi risparmiavano su calici e rispettivo assaggio:
ero l'unico a proporre degustazioni nei bicchierini di plastica da
caffè. In quelle situazioni, rifilare i conformi aggettivi aziendali
tipo "prestigioso" e "nobile" diventava arduo e involontariamente comico, almeno quanto riuscire subito dopo ad apparire candido e convincente rivelando l'osceno prezzo del nettare.
Per consegnare poche casse, dovevo percorrere centinaia di chilometri tra un cliente e l'altro. Una roba demenziale, dispendiosa, faticosa. Una giornata la passavo a cercar contatti, attaccato al telefono rinchiuso in solitudine nell'ufficetto gelido della cascina nuovissima e disabitata, e il giorno dopo, all'alba, caricavo la macchina e partivo.
Per un po', godetti della compagnia di un topino di campagna: s'era infilato nottetempo dentro la lussuosa Fiat Marengo in dotazione, e aveva deciso di restare lì pure lui a dare il suo contributo nell'azienda. Evidentemente, aveva necessità simili alle mie. Mentre guidavo, ogni tanto faceva capoccella sul cruscotto, per poi scomparire di nuovo: per lo spavento, alla sua prima apparizione, a momenti non tirai giù la veranda d'una trattoria per camionisti. Poi, mi abituai.
Avevo appena consegnato una damigiana ad un folle e logorroico brianzolo appassionato di modellismo, ero a fine giornata e stavo tornando verso casa: nel retro, solo poche casse d'invenduto e un'altra damigiana da portare poco distante.
Fermo ad una piccola rotonda, vidi il tir a cui avevo coscienziosamente ceduto la precedenza prendere la curva con eccessivo brio. La testa del mostro mi sfilò davanti tutta inclinata verso il mio faccione stanco, come a farmi un buh! ubriaco, e manco il tempo d'elaborare una qualsiasi vaga reazione - anche solo di panico - che il retro sballonzolante mi colpì, agganciando il muso del mio Marengo bianco per trascinarmi via con sé.
Cercai di riprendere il controllo del mezzo, ma le ruote posteriori vagavano nel fossato oltre la strada: mi trovavo in un'imbecille vertiginosa versione adulta di quando, da bimbo, un ragazzo più grande ti stringe il cranio con un braccio, e poi s'incammina tenendoselo tra petto e ascella e sfregandoti vigorosamente le nocche sul cuoio capelluto.
Dopo poche decine di metri, per fortuna, il bestione s'accorse di me e si fermò.
Ne scese un marocchino minuto, ben più spaventato di me (non che io sia coraggioso o sconsiderato, capiamoci: sono lento, e sensazioni e reazioni m'arrivano decisamente in ritardo. Da qualche parte, devo avere un filtro otturato).
Il ragazzotto era agitatissimo: s'informò sulla mia salute, si scusò e riscusò, mi pregò di risolvere la cosa tra noi perché non era in regola e chiamare i carabinieri sarebbe stato davverodavverodavvero un guaio.
Gli dissi che pur'io temevo di non essere propriamente in regola e, nella confusione, con la testa che prese a girarmi e la nausea che iniziava a salirmi in gola, telefonai al mio capo.
"Senti, ho fatto un incidente: un camion m'ha agganciato e..."
"No! Ma dove sei?!"
"Boh. In statale vicino a..."
"Ma il vino?"
"Non so: sento l'odore, qualcosa dev'essersi rotto ma non ho ancora..."
"Merda! E la macchina?! Ma l'altro? S'è fermato?!"
Nel panico, insomma, lo stronzo si dimentica di fingere che di me gli fotta almeno quel qualcosina di civile ordinanza: nell'emergenza, si dimentica pure le regole basilari del giochino di società cui lui può permettersi di partecipare per noia.
Guardai il giovane smilzo aggirarsi sudato e gesticolante tra i danni, tutto assorbito dalla sua personale paranoia per un futuro decente in bruschissimo arresto e, una volta tanto, la mia reazione arrivò in tempi ragionevoli: "No, non s'è fermato, la merda. Ha tirato dritto e non sono neppure riuscito a veder la targa. Forse, non s'è manco accorto di niente."
Il giorno dopo mi licenziai.
Con l'autista del camion ci salutammo stringendoci la mano. Entrambi sollevati, entrambi ignari della sorte del topino aziendale, al quale ancora non avevo neppure affibbiato un nome.
giovedì 18 ottobre 2012
giovedì 13 settembre 2012
quindicenne.
“Ti vedo, che mi guardi con odio”, m’hai detto quella volta là, nel tuo ufficio, dandomi l’ennesima prova della tua limitatissima conoscenza delle varietà e potenzialità dei sentimenti umani.
Un cenno, diapositiva, applausi.
Mia madre che torna a casa, dopo l’incontro coi professori. Mi dice che la tizia le ha fatto vedere le prove di alcuni miei dotatissimi compagni, e poi la mia. Quella là mi disprezza, perché non rido alle sue battute e non assecondo le balle che racconta: tutte storie della sua scapigliata gigantezza artistica, più che altro. Una volta m’ha pure tenuto un pomeriggio intero chiuso in uno sgabuzzino, a disegnare al buio. Dispiaciuta e un po’ imbarazzata, mia madre mi racconta che, effettivamente, alcune rose erano bellissime, e le mie, invece, decisamente rigide, opache, spente, bruttine. “Sembravano proprio di plastica”, mi dice. Sorridendo, già pregustando la portata mitica dell’aneddoto, tutto tronfio come un novello Giotto, le dico “le rose da copiare erano proprio di plastica, mamma, mica vere. Usiamo rose di plastica”.
Adesso so che, di allora, non è quella supposta precoce lucidità dello sguardo, che avrei dovuto conservare e coltivare. E neppure quella sbarazzina precisione nella rappresentazione che tanto m’inorgogliva.
È al mestiere, che avrei dovuto pensare. Solo al mestiere. Tenersi strette quel po’ di capacità per un fine preciso, ristretto.
L’arte è roba per mangiamerda.
Ed è come l’odio: a un certo punto non te lo puoi più permettere, e quando sparisce non lascia niente al suo posto.
Ricordo che, anni fa, venni strapagato per gestire le proiezioni powerpoint ad una ipermegaconvention milanese organizzata da una multinazionale farmaceutica.
Centinaia di medici e rappresentanti ad ascoltare, decine di relatori. Ad un cenno, cambiavo diapositiva: mai fare da soli, bene, ciò che può fare per noi, male, un apposito schiavetto.
Modifiche all'ultimo secondo, stili da conformare al volo a quello guascone il mio mondo è una vacanza perenne, e l'umanità intera è il mio personale team di animatori del Superdirigente Giapponese. Pure lui viene a chiedermi correzioni, prima del gran finale, ma parla un inglese che non conosco e così annuisco serio per proseguire poi immediatamente coi cazzi miei. I suoi lacchè sono interdetti, ma il mio atteggiamento impassibilmente stronzo pare sulla lunga distanza conquistare la loro fiducia: sono un tecnico serio, lo certifica la mia vistosa mancanza di cravatta, lasciatemi lavorare in un ambiente privo di facezie. Il giapponese è l'unico a distinguersi in quella folla di abiti grigio-bluette, e non solo in virtù della sua giapponesità doc: elargisce sorrisi ed ordini in quantità uguali, è un vincente di quelli veri.
A metà giornata, mio malgrado, mi è ormai chiaro lo scopo della ciclopica mobilitazione: la multinazionale immetterà sul mercato una nuova penna-siringa usa-e-getta d'insulina, a bassissimo dosaggio. I rappresentanti vengono istruiti: i medici devono iniziare a prescrivere le iniezioni anche a quei diabetici che, in effetti, non ne avrebbero ancora bisogno. È un bacino d'utenza enorme, viene più volte evidenziato. E la nuova penna è irresistibilmente superfriendly.
Un cenno, diapositiva, applausi.
Sotto il sol leone, con il casco in mano, ti vedo. Sei al cellulare. Tra noi, circa dieci metri di marciapiede deserto. Mi affretto per raggiungerti, vinto da un impulso la cui qualità mi risulta chiara quando realizzo d'aver avvolto il laccio del casco intorno al polso destro, strettissimo. Quasi corro, dunque, scoprendomi armato. Sono freddo, lucido, presente a me stesso: può essere un raptus, questo? Sto per urlare il tuo nome, poi mi blocco: il braccio e la spalla sono una catapulta, non c'è niente da dire. C'è della perfezione meccanica, qui, all'opera. E una giustizia selvaggia ma precisissima, atletica, classica mi vien da dire: sono un giocatore di bowling cavalcato dal dio, e mi sento nudo, vero, senza colpa, pronto, posseduto da un'idea irresistibile.
Tutto intorno è vivido: la realtà mi guarda tesa, con gli occhi sgranati e il respiro mozzo.
Ti volti per attraversare. Non sei tu. Ti somiglia molto pure così, di profilo, ma non sei tu.
Rallento. Sono sfebbrato, paonazzo e dolorosamente consapevole della vanità delle mie intenzioni. Come un testicolo di quindicenne.
Un cenno, diapositiva, applausi.
Mia madre che torna a casa, dopo l’incontro coi professori. Mi dice che la tizia le ha fatto vedere le prove di alcuni miei dotatissimi compagni, e poi la mia. Quella là mi disprezza, perché non rido alle sue battute e non assecondo le balle che racconta: tutte storie della sua scapigliata gigantezza artistica, più che altro. Una volta m’ha pure tenuto un pomeriggio intero chiuso in uno sgabuzzino, a disegnare al buio. Dispiaciuta e un po’ imbarazzata, mia madre mi racconta che, effettivamente, alcune rose erano bellissime, e le mie, invece, decisamente rigide, opache, spente, bruttine. “Sembravano proprio di plastica”, mi dice. Sorridendo, già pregustando la portata mitica dell’aneddoto, tutto tronfio come un novello Giotto, le dico “le rose da copiare erano proprio di plastica, mamma, mica vere. Usiamo rose di plastica”.
Adesso so che, di allora, non è quella supposta precoce lucidità dello sguardo, che avrei dovuto conservare e coltivare. E neppure quella sbarazzina precisione nella rappresentazione che tanto m’inorgogliva.
È al mestiere, che avrei dovuto pensare. Solo al mestiere. Tenersi strette quel po’ di capacità per un fine preciso, ristretto.
L’arte è roba per mangiamerda.
Ed è come l’odio: a un certo punto non te lo puoi più permettere, e quando sparisce non lascia niente al suo posto.
Ricordo che, anni fa, venni strapagato per gestire le proiezioni powerpoint ad una ipermegaconvention milanese organizzata da una multinazionale farmaceutica.
Centinaia di medici e rappresentanti ad ascoltare, decine di relatori. Ad un cenno, cambiavo diapositiva: mai fare da soli, bene, ciò che può fare per noi, male, un apposito schiavetto.
Modifiche all'ultimo secondo, stili da conformare al volo a quello guascone il mio mondo è una vacanza perenne, e l'umanità intera è il mio personale team di animatori del Superdirigente Giapponese. Pure lui viene a chiedermi correzioni, prima del gran finale, ma parla un inglese che non conosco e così annuisco serio per proseguire poi immediatamente coi cazzi miei. I suoi lacchè sono interdetti, ma il mio atteggiamento impassibilmente stronzo pare sulla lunga distanza conquistare la loro fiducia: sono un tecnico serio, lo certifica la mia vistosa mancanza di cravatta, lasciatemi lavorare in un ambiente privo di facezie. Il giapponese è l'unico a distinguersi in quella folla di abiti grigio-bluette, e non solo in virtù della sua giapponesità doc: elargisce sorrisi ed ordini in quantità uguali, è un vincente di quelli veri.
A metà giornata, mio malgrado, mi è ormai chiaro lo scopo della ciclopica mobilitazione: la multinazionale immetterà sul mercato una nuova penna-siringa usa-e-getta d'insulina, a bassissimo dosaggio. I rappresentanti vengono istruiti: i medici devono iniziare a prescrivere le iniezioni anche a quei diabetici che, in effetti, non ne avrebbero ancora bisogno. È un bacino d'utenza enorme, viene più volte evidenziato. E la nuova penna è irresistibilmente superfriendly.
Un cenno, diapositiva, applausi.
Sotto il sol leone, con il casco in mano, ti vedo. Sei al cellulare. Tra noi, circa dieci metri di marciapiede deserto. Mi affretto per raggiungerti, vinto da un impulso la cui qualità mi risulta chiara quando realizzo d'aver avvolto il laccio del casco intorno al polso destro, strettissimo. Quasi corro, dunque, scoprendomi armato. Sono freddo, lucido, presente a me stesso: può essere un raptus, questo? Sto per urlare il tuo nome, poi mi blocco: il braccio e la spalla sono una catapulta, non c'è niente da dire. C'è della perfezione meccanica, qui, all'opera. E una giustizia selvaggia ma precisissima, atletica, classica mi vien da dire: sono un giocatore di bowling cavalcato dal dio, e mi sento nudo, vero, senza colpa, pronto, posseduto da un'idea irresistibile.
Tutto intorno è vivido: la realtà mi guarda tesa, con gli occhi sgranati e il respiro mozzo.
Ti volti per attraversare. Non sei tu. Ti somiglia molto pure così, di profilo, ma non sei tu.
Rallento. Sono sfebbrato, paonazzo e dolorosamente consapevole della vanità delle mie intenzioni. Come un testicolo di quindicenne.
lunedì 20 agosto 2012
short.
Qui si soffoca, e sono in camicia. E mi sento pure parecchio a disagio, per via della camicia. Penso "son qui per un lavoro di merda, e ho messo la camicia. Non ce l'avrà nessuno, la camicia".
Sono in anticipo, e così, verificata la correttezza del numero civico, mi aggiro mollemente alla ricerca d'un caffè. Devo muovermi lentamente, altrimenti chiazzerò il cotone di sudore. C'è gente che ci abita, qui, e non ci avevo mai fatto caso: costruzioni identiche al centro commerciale che le abbraccia sono adibite a variopinte celle abitative, del tutto indistinguibili dagli uffici tutt'intorno se non fosse per le tracce d'umanità disordinata sui minuscoli balconi. Ovunque, l'aria asettica ma decadente della grande svendita. Un caffè nel bar vuoto, mi serve il figlio svogliato, smilzo e biondiccio della proprietaria impegnata con la contabilità, e poi m'incammino verso il portone. Sono le due, l'afa pare il desiderio e lo sforzo della Terra d'esser un altro pianeta. Ci sono le scale esterne, e persone che fumano. Nessuno ha la camicia. Una donna e una ragazzetta, entrambe sudamericane, scendono sorridenti dal terzo piano per raggiungere i fumatori: le loro cosce sono sfrontatamente immuni al sudore, così mi volto in fretta per evitare d'andar dietro al pensiero dell'inadeguatezza della mia carne all'estate.
Al secondo piano della vicina palazzina, appeso al muro esterno accanto alla porta finestra del terrazzino, qualcuno ha appeso un quadro. Una tela, un paesaggio ad olio. Scogli, una costa verde rigogliosa, un cielo d'un blu ben più intenso del mare sottostante. Perché è lì? Immagino l'inquilino in mutande e canotta, in piedi, con la schiena rivolta a me come a tutto ciò che circonda la sua casa, impegnato a fissare quell'evocativa crosta marittima: respira lentamente, a pieni polmoni, tutto preso dalla ricerca d'immaginarie particelle di salsedine. Mi accorgo che è esattamente quello che sto facendo io, ora, inondandomi però le viscere di pulviscolo incandescente.
Il cellulare mi dice ch'è giunta l'ora, e m'incammino all'interno.
Dall'ascensore sbucano altre tre sudamericane, ridanciane. Al piano, la porta col logo giusto è aperta. Una stanza di trenta metri quadri massimo, una ventina di postazioni coi relativi operatori. Un nerd ciccione di circa vent'anni, e poi solo donne. Quasi tutte sudamericane, non saprei dire esattamente di dove: una la vedo di spalle, polposa tutta attillata in short zeppe e calze a rete, testa corvina gigantesca, un po' ovunque su di lei una generale mollezza fa capolino a suggerire l'età di chi dovrebbe esser prossimo alla pensione. Odore di palestra. Mi viene incontro una ragazzina, anche lei in short e canotta: sembra a malapena maggiorenne, mora, ricciola, i brufoli seccati dall'abbronzatura del fine settimana. Mi dice di aspettare lì per il colloquio, e poi si allontana.
Mi preparo all'incontro col suo boss, ma dopo un paio di minuti lei torna e mi fa accomodare ad una piccola scrivania al centro della stanza: sarà lei a farmi le domande di rito, e sospetto che sia proprio lei a dirigere l'intera baracca.
Io rispondo a bassa voce, m'imbarazza che tutti mi sentano. Ogni tanto, qualcuno che richiede il suo aiuto ci interrompe, lei si scusa, si alza, risolve e poi torna. Ha in tutto e per tutto l'aspetto di una che, al massimo, nella vita ha fatto per un paio d'estati l'animatrice nei villaggi turistici. Io invece sono uno strano tipo di vecchio, e ho pure questa cazzo di camicia.
"Ha già avuto esperienze di vendita?"
"Sì: ho fatto il rappresentante per un'azienda vinicola piuttosto prestigiosa"
"Posso chiederle come mai ha smesso, allora?"
"Mi sono messo a fare dell'altro"
"No, glielo chiedo perché qui cerchiamo anche dei commerciali, porta a porta. Hanno provvigioni migliori, ovviamente"
"Preferirei stare in ufficio."
Se voglio, lunedì prossimo potrò andare a frequentare una sua lezione, in cui spiegherà il lato tecnico del lavoro. Dopo qualche ora d'affiancamento, poi, sarò pronto ad iniziare il part-time.
"E per quanto riguarda la paga?"
"Allora: c'è un fisso di cinque euro all'ora, più la provvigione su ogni contratto. Per il fisso mensile, però, deve raggiungere la quota minima di quattro contratti al mese".
"Cioè, mi scusi: se non realizzo almeno quattro contratti, non ho lo stipendio?".
"Sì, beh: ma sono davvero il minimo, stia tranquillo. Abbiamo dovuto fare così perché la gente, prima, veniva qui solo per lo stipendio fisso"
"Pensa un po' te."
Appeso alla parete davanti a me, c'è un grosso foglio con le risposte alle domande più frequenti, scritte col pennarellone blu: "sì, sul sito lei ha accesso alle stesse promozioni, ma non possono darle quello che invece le offriamo noi: un servizio personalizzato". Qui fuori, mi torna in mente, qualcuno ha appeso un paesaggio marino sul terrazzo: forse è un richiamo, come quei fischietti per attirare gli uccelli. Una mattina, il tizio in canotta aprirà la porta finestra e un'onda gli bagnerà i calzini.
Alcuni giorni prima, più o meno alla stessa ora, correvo a prendere un treno. Arrivato al semaforo, l'ultimo, quello che rimane rosso così tanto che ti viene il dubbio che qualcuno stia sfidando i viaggiatori ritardatari alla roulette russa dell'attraversamento scomposto con bagaglio variabile, mi accorgo della coppia in attesa alla mia destra. Padre e figlia, direi: lei sui dodici anni massimo, la bellezza buffa delle bimbe tutte serie, compite e curiose, lui oltre i cinquanta, quell'aria trasandata tipicamente genovese da pantaloncino corto, vinello bianco e cantautorato.
"Quello che voglio farti capire, è che non devi dare per scontato che tutto quello che vedi resterà così per sempre."
"È il progresso?"
"No, vedi: il progresso va avanti, avanti... abbiamo gli aerei, i treni sempre più veloci, avremo nuovi mezzi per muoverci e chissà cos'altro. Tutta la tecnologia per le guerre, gli elettrodomestici. Io ti sto parlando di quello che vedi guardandoti intorno, della gente per esempio. Può darsi che un giorno dovremo di nuovo lottare per mangiare, uccidere per un pezzo di pane."
Scatta il verde. Rimango alcuni istanti immobile, lasciandomi investire e sorpassare per un po' prima d'unirmi di nuovo al flusso di chi ha provvisoriamente una meta.
Sono in anticipo, e così, verificata la correttezza del numero civico, mi aggiro mollemente alla ricerca d'un caffè. Devo muovermi lentamente, altrimenti chiazzerò il cotone di sudore. C'è gente che ci abita, qui, e non ci avevo mai fatto caso: costruzioni identiche al centro commerciale che le abbraccia sono adibite a variopinte celle abitative, del tutto indistinguibili dagli uffici tutt'intorno se non fosse per le tracce d'umanità disordinata sui minuscoli balconi. Ovunque, l'aria asettica ma decadente della grande svendita. Un caffè nel bar vuoto, mi serve il figlio svogliato, smilzo e biondiccio della proprietaria impegnata con la contabilità, e poi m'incammino verso il portone. Sono le due, l'afa pare il desiderio e lo sforzo della Terra d'esser un altro pianeta. Ci sono le scale esterne, e persone che fumano. Nessuno ha la camicia. Una donna e una ragazzetta, entrambe sudamericane, scendono sorridenti dal terzo piano per raggiungere i fumatori: le loro cosce sono sfrontatamente immuni al sudore, così mi volto in fretta per evitare d'andar dietro al pensiero dell'inadeguatezza della mia carne all'estate.
Al secondo piano della vicina palazzina, appeso al muro esterno accanto alla porta finestra del terrazzino, qualcuno ha appeso un quadro. Una tela, un paesaggio ad olio. Scogli, una costa verde rigogliosa, un cielo d'un blu ben più intenso del mare sottostante. Perché è lì? Immagino l'inquilino in mutande e canotta, in piedi, con la schiena rivolta a me come a tutto ciò che circonda la sua casa, impegnato a fissare quell'evocativa crosta marittima: respira lentamente, a pieni polmoni, tutto preso dalla ricerca d'immaginarie particelle di salsedine. Mi accorgo che è esattamente quello che sto facendo io, ora, inondandomi però le viscere di pulviscolo incandescente.
Il cellulare mi dice ch'è giunta l'ora, e m'incammino all'interno.
Dall'ascensore sbucano altre tre sudamericane, ridanciane. Al piano, la porta col logo giusto è aperta. Una stanza di trenta metri quadri massimo, una ventina di postazioni coi relativi operatori. Un nerd ciccione di circa vent'anni, e poi solo donne. Quasi tutte sudamericane, non saprei dire esattamente di dove: una la vedo di spalle, polposa tutta attillata in short zeppe e calze a rete, testa corvina gigantesca, un po' ovunque su di lei una generale mollezza fa capolino a suggerire l'età di chi dovrebbe esser prossimo alla pensione. Odore di palestra. Mi viene incontro una ragazzina, anche lei in short e canotta: sembra a malapena maggiorenne, mora, ricciola, i brufoli seccati dall'abbronzatura del fine settimana. Mi dice di aspettare lì per il colloquio, e poi si allontana.
Mi preparo all'incontro col suo boss, ma dopo un paio di minuti lei torna e mi fa accomodare ad una piccola scrivania al centro della stanza: sarà lei a farmi le domande di rito, e sospetto che sia proprio lei a dirigere l'intera baracca.
Io rispondo a bassa voce, m'imbarazza che tutti mi sentano. Ogni tanto, qualcuno che richiede il suo aiuto ci interrompe, lei si scusa, si alza, risolve e poi torna. Ha in tutto e per tutto l'aspetto di una che, al massimo, nella vita ha fatto per un paio d'estati l'animatrice nei villaggi turistici. Io invece sono uno strano tipo di vecchio, e ho pure questa cazzo di camicia.
"Ha già avuto esperienze di vendita?"
"Sì: ho fatto il rappresentante per un'azienda vinicola piuttosto prestigiosa"
"Posso chiederle come mai ha smesso, allora?"
"Mi sono messo a fare dell'altro"
"No, glielo chiedo perché qui cerchiamo anche dei commerciali, porta a porta. Hanno provvigioni migliori, ovviamente"
"Preferirei stare in ufficio."
Se voglio, lunedì prossimo potrò andare a frequentare una sua lezione, in cui spiegherà il lato tecnico del lavoro. Dopo qualche ora d'affiancamento, poi, sarò pronto ad iniziare il part-time.
"E per quanto riguarda la paga?"
"Allora: c'è un fisso di cinque euro all'ora, più la provvigione su ogni contratto. Per il fisso mensile, però, deve raggiungere la quota minima di quattro contratti al mese".
"Cioè, mi scusi: se non realizzo almeno quattro contratti, non ho lo stipendio?".
"Sì, beh: ma sono davvero il minimo, stia tranquillo. Abbiamo dovuto fare così perché la gente, prima, veniva qui solo per lo stipendio fisso"
"Pensa un po' te."
Appeso alla parete davanti a me, c'è un grosso foglio con le risposte alle domande più frequenti, scritte col pennarellone blu: "sì, sul sito lei ha accesso alle stesse promozioni, ma non possono darle quello che invece le offriamo noi: un servizio personalizzato". Qui fuori, mi torna in mente, qualcuno ha appeso un paesaggio marino sul terrazzo: forse è un richiamo, come quei fischietti per attirare gli uccelli. Una mattina, il tizio in canotta aprirà la porta finestra e un'onda gli bagnerà i calzini.
Alcuni giorni prima, più o meno alla stessa ora, correvo a prendere un treno. Arrivato al semaforo, l'ultimo, quello che rimane rosso così tanto che ti viene il dubbio che qualcuno stia sfidando i viaggiatori ritardatari alla roulette russa dell'attraversamento scomposto con bagaglio variabile, mi accorgo della coppia in attesa alla mia destra. Padre e figlia, direi: lei sui dodici anni massimo, la bellezza buffa delle bimbe tutte serie, compite e curiose, lui oltre i cinquanta, quell'aria trasandata tipicamente genovese da pantaloncino corto, vinello bianco e cantautorato.
"Quello che voglio farti capire, è che non devi dare per scontato che tutto quello che vedi resterà così per sempre."
"È il progresso?"
"No, vedi: il progresso va avanti, avanti... abbiamo gli aerei, i treni sempre più veloci, avremo nuovi mezzi per muoverci e chissà cos'altro. Tutta la tecnologia per le guerre, gli elettrodomestici. Io ti sto parlando di quello che vedi guardandoti intorno, della gente per esempio. Può darsi che un giorno dovremo di nuovo lottare per mangiare, uccidere per un pezzo di pane."
Scatta il verde. Rimango alcuni istanti immobile, lasciandomi investire e sorpassare per un po' prima d'unirmi di nuovo al flusso di chi ha provvisoriamente una meta.
giovedì 12 luglio 2012
vita snella.
Alla cassa, uno dei dipendenti mi sfreccia accanto urlando "fermo!! aspetta un po', tu!!". L'uomo in giacca a vento rimane congelato davanti alle porte scorrevoli: sconfitto, in attesa che il giovane cassiere nerboruto si precipiti a bloccargli la fuga. Non riesco a sentire le giustificazioni appena sussurrate del distinto e appena un po' trasandato ladruncolo, ma pare evidente che non contasse affatto di passare inosservato (come potrebbe, così intabarrato? Fuori ci saranno trentacinque gradi, cazzo): il tizio del supermercato lo sovrasta e gli urla in faccia con convinzione crescente "non me ne frega un cazzo, se sei disoccupato: togliti tutto, o chiamo i carabinieri! Noi non siamo qui a lavorare per te: non mi commuovi neanche un po'", e avanti così.
La ragazza bionda e paffutella che mi sta servendo osserva la scena con la bocca leggermente aperta; la mano, già svuotata del mio resto, inutilmente tesa verso di me. Pare così perfettamente brancolante che le luci tutt'intorno andrebbero spente, penso.
Quand'ero poco più d'un bimbo, i miei amici ed io ridemmo per mesi alla notizia che il locale campioncino di culturismo - un gigante munito d'un ligneo parrucchino che, persino più dei quotidiani bilancieri, gli rendeva ardui i movimenti nella piscina comunale dove pure noi sguazzavamo teppistelli - era stato pizzicato a rubare al supermercato svariate confezioni di vitasnella.
Tra questi due eventi momentaneamente compresenti, sento un'enormità la cui natura mi sfugge. Forse, è il tempo. O l'età.
Il giovane impiegato è più vicino a com'ero allora, ma dalla sua faccia tesa e dalla sua indignazione d'ordinanza traspare un dolore che non riconosco.
Per quel che ne sappiamo tutti, ora, potrebbe pure beccarsi una coltellata.
Nessuno fiata: è lo stesso spirito con cui la gente rallenta in autostrada per sbirciare gli incidenti, oppure sono tutti paralizzati dalla difficoltà di stabilire da che parte stia davvero il torto?
Saluto, attraverso col mio sacchetto biodegradabile lo spazio elettrico tra guardia e ladro, m'incammino verso casa.
Il lavoro presuppone che si accettino come assoluti i rapporti che contiene, è una bolla in cui tutti i pesci accettano di fingere che non esista uno spazio esterno. Così, come il cassiere non valuta, ora, un mondo là fuori dove un affamato lo aspetta nel vicolo buio brandendo vendicativo un grosso bastone, per il manager non esiste un luogo in cui i rapporti di forza sono regolati diversamente dall'innaturale stilizzato minuetto dell'ufficio. Eppure, da qualche parte, quel rimosso sopravvive, e andrebbe stimolato con maligna costanza.
La mattina dopo il grande terremoto, mi raggiunse alla macchina del caffè per dirmi di tenermi pronto: c'erano grosse oppurtunità di guadagno in arrivo. L'entusiasmo aziendale strideva con la sua faccia ottusa; negli occhi, l'unico segno di vita una lucina lontana, come di bambino che sta per metter le mani s'un giochino zozzo. Non mi conosceva ancora: iniziò lì, in quel momento. Non trovai parole. Ho avuto un'educazione bella, e son dunque sempre lento, impreparato all'orrore. E, quasi sempre, trasparente.
Quello che avrei dovuto dirgli, avendo cura di duplicare con voce secca e monotona la terrificante cerulea idiozia della sua faccia, era semplicemente "so dove abiti". Rompere la bolla. Incrinarla, almeno.
E lo so davvero, dove abiti, coglione. Lo so da quella lontana estate in cui alla guida del pandino vagavo per le tue valli cercando di consegnare la posta. Campi e boschi a dividere paesi composti a volte di due sole case: è da lì che vieni, da quelle minuscole oasi di megalomania seminate nel verde selvaggio e indifferente. Vagavo fino a sera inoltrata in preda alla disperazione, con la macchina ancora piena di lettere e pacchi e mai nessuna idea di dove svoltare: nessuna mappa, grossi sbavanti cani da guardia ben lieti di trovare una cazzo di preda in quel deserto, nidi di vespe nelle cassette della posta, vecchi semianalfabeti chiusi nei casolari ancora non bonificati dagli arricchiti come te.
Ricordo un guado, la Panda ferma, la seria contemplazione della possibilità di lanciarmi giù col piede ben pigiato sull'acceleratore. Per non dover tornare un'altra volta in ufficio con tutta quella robaccia da sommare alla robaccia del giorno dopo. Forse, pure per farla finita una volta per tutte con la fatica, con l'afa, la polvere, coi pranzi a base di crackers sbranati guidando, con quel futuro approssimativo che mi correva incontro.
Ero giovane.
Quando andai dal capo per licenziarmi, lamentando il fatto che niente e nessuno faceva in modo di rendere i miei compiti meno che impossibili, la ricurva, segaligna e solitamente muta addetta alle pulizie interruppe l'operazione di strofinamento per voltarsi verso di noi: "ha ragione!" disse quasi urlando, evidentemente dando fondo in quell'attimo a tutte le sue riserve di coraggio, "quel lavoro lì l'ho fatto pur'io, e ora sono ben contenta di pulire i cessi!!"
Anni dopo, eri a Londra per lavoro. Nella mail, mi chiedevi di ricavare da una fotografia allegata l'immagine del tuo certificato di laurea, facendo poi in modo che sembrasse il documento vero, originale. Nella foto, eri in giardino, in ciabatte da piscina e calzoncini corti. Nella tua semplicità, brutto e sfigato come sa essere solo chi si mette la cravatta pure per andare a buttare la spazzatura. Tutto tronfio, reggevi il papiro incorniciato d'oro.
Questa casa l'ho già vista, pensai.
La ragazza bionda e paffutella che mi sta servendo osserva la scena con la bocca leggermente aperta; la mano, già svuotata del mio resto, inutilmente tesa verso di me. Pare così perfettamente brancolante che le luci tutt'intorno andrebbero spente, penso.
Quand'ero poco più d'un bimbo, i miei amici ed io ridemmo per mesi alla notizia che il locale campioncino di culturismo - un gigante munito d'un ligneo parrucchino che, persino più dei quotidiani bilancieri, gli rendeva ardui i movimenti nella piscina comunale dove pure noi sguazzavamo teppistelli - era stato pizzicato a rubare al supermercato svariate confezioni di vitasnella.
Tra questi due eventi momentaneamente compresenti, sento un'enormità la cui natura mi sfugge. Forse, è il tempo. O l'età.
Il giovane impiegato è più vicino a com'ero allora, ma dalla sua faccia tesa e dalla sua indignazione d'ordinanza traspare un dolore che non riconosco.
Per quel che ne sappiamo tutti, ora, potrebbe pure beccarsi una coltellata.
Nessuno fiata: è lo stesso spirito con cui la gente rallenta in autostrada per sbirciare gli incidenti, oppure sono tutti paralizzati dalla difficoltà di stabilire da che parte stia davvero il torto?
Saluto, attraverso col mio sacchetto biodegradabile lo spazio elettrico tra guardia e ladro, m'incammino verso casa.
Il lavoro presuppone che si accettino come assoluti i rapporti che contiene, è una bolla in cui tutti i pesci accettano di fingere che non esista uno spazio esterno. Così, come il cassiere non valuta, ora, un mondo là fuori dove un affamato lo aspetta nel vicolo buio brandendo vendicativo un grosso bastone, per il manager non esiste un luogo in cui i rapporti di forza sono regolati diversamente dall'innaturale stilizzato minuetto dell'ufficio. Eppure, da qualche parte, quel rimosso sopravvive, e andrebbe stimolato con maligna costanza.
La mattina dopo il grande terremoto, mi raggiunse alla macchina del caffè per dirmi di tenermi pronto: c'erano grosse oppurtunità di guadagno in arrivo. L'entusiasmo aziendale strideva con la sua faccia ottusa; negli occhi, l'unico segno di vita una lucina lontana, come di bambino che sta per metter le mani s'un giochino zozzo. Non mi conosceva ancora: iniziò lì, in quel momento. Non trovai parole. Ho avuto un'educazione bella, e son dunque sempre lento, impreparato all'orrore. E, quasi sempre, trasparente.
Quello che avrei dovuto dirgli, avendo cura di duplicare con voce secca e monotona la terrificante cerulea idiozia della sua faccia, era semplicemente "so dove abiti". Rompere la bolla. Incrinarla, almeno.
E lo so davvero, dove abiti, coglione. Lo so da quella lontana estate in cui alla guida del pandino vagavo per le tue valli cercando di consegnare la posta. Campi e boschi a dividere paesi composti a volte di due sole case: è da lì che vieni, da quelle minuscole oasi di megalomania seminate nel verde selvaggio e indifferente. Vagavo fino a sera inoltrata in preda alla disperazione, con la macchina ancora piena di lettere e pacchi e mai nessuna idea di dove svoltare: nessuna mappa, grossi sbavanti cani da guardia ben lieti di trovare una cazzo di preda in quel deserto, nidi di vespe nelle cassette della posta, vecchi semianalfabeti chiusi nei casolari ancora non bonificati dagli arricchiti come te.
Ricordo un guado, la Panda ferma, la seria contemplazione della possibilità di lanciarmi giù col piede ben pigiato sull'acceleratore. Per non dover tornare un'altra volta in ufficio con tutta quella robaccia da sommare alla robaccia del giorno dopo. Forse, pure per farla finita una volta per tutte con la fatica, con l'afa, la polvere, coi pranzi a base di crackers sbranati guidando, con quel futuro approssimativo che mi correva incontro.
Ero giovane.
Quando andai dal capo per licenziarmi, lamentando il fatto che niente e nessuno faceva in modo di rendere i miei compiti meno che impossibili, la ricurva, segaligna e solitamente muta addetta alle pulizie interruppe l'operazione di strofinamento per voltarsi verso di noi: "ha ragione!" disse quasi urlando, evidentemente dando fondo in quell'attimo a tutte le sue riserve di coraggio, "quel lavoro lì l'ho fatto pur'io, e ora sono ben contenta di pulire i cessi!!"
Anni dopo, eri a Londra per lavoro. Nella mail, mi chiedevi di ricavare da una fotografia allegata l'immagine del tuo certificato di laurea, facendo poi in modo che sembrasse il documento vero, originale. Nella foto, eri in giardino, in ciabatte da piscina e calzoncini corti. Nella tua semplicità, brutto e sfigato come sa essere solo chi si mette la cravatta pure per andare a buttare la spazzatura. Tutto tronfio, reggevi il papiro incorniciato d'oro.
Questa casa l'ho già vista, pensai.
lunedì 25 giugno 2012
il feroce salatino.
Anni fa, andai a Roma con un amico. Insieme, avevamo ideato e scritto un format televisivo: sostanzialmente, una sit-com con all'interno vere interviste a personaggi famosi che affrontano scottanti temi esistenziali, il tutto garrulamente ambientato in un obitorio. Una casa di produzione si mostrò interessata: restammo ospiti da loro un po' di giorni, per apportare alcuni aggiustamenti che loro ritenevano indispensabili per riuscire a vendere il bizzarro prodotto. Il boss era una radicalricca vecchia femminista: ricordo chiaramente che in casa aveva il telecomando della tivvù a forma di cazzo.
Il cambiamento fondamentale, imprescindibile a detta della tizia e della giovane sceneggiatrice lesbica chiamata ad incanalare e dirigere la nostra creatività, era "l'inserimento di un'infermiera maggiorata". Senza quel personaggio prosperoso, discinto, più bagascesco che boccaccesco, potevamo scordarci d'ottenere un contratto. Senza un po' di figa, c'insegnarono serieserie quelle due suffragette da anni zero, non si va da nessuna parte.
Ci son ruoli da rispettare, perché ci son bisogni da appagare: per ogni stronzo pronto a spiegarmelo, ci son io lì apposta a farmelo spiegare.
Quella strada la faccio almeno due volte al giorno, in vespetta. Fermo al rosso, un agitarsi anomalo al limite destro del campo visivo mi costringe allo scatto, manco fossi in pericolo. La scritta "tutta un'altra banca" sovrasta la vetrina che esibisce tutta quanta la minuscola filiale. L'ufficio è stracolmo. Impiegati pigiati l'uno contro l'altro s'ingozzano di tartine, bevono, qualcuno indossa il cappellino conico di festosa ordinanza, scorgo due, tre braccia alzate che immortalano a casaccio dall'alto con lussuose digitalone la minifolla gaudente. Non si sente alcun vociare, solo un ovattatissimo tunza-tunza. Eppure, gli impiegati incravattati mostrano bocche urlanti, e vedo chiaramente colleghe sottolineare risate di circostanza gettando leggermente indietro la testa. Qualcuno ha persino la camicia rosa.
Immagino varianti, a raffica: entro e inizio a mitragliare, la vetrina spalmata di sangue tartine frattaglie; entro e vomito a spruzzo scatenando complessivo degenero intestinale, sempre il vetro spalmato però di bile pan carrè patè parzialmente digerito; entro con una banda di barboni nudi in preda a folle priapismo, di nuovo il vetro su cui si spalmano mani e volti stropicciati dagli spasmi per la lercia sommaria giustizia sodomita; entro con una pompa da vigile del fuoco dopo aver sigillato ermeticamente il locale, la vetrina trasformata in acquario in cui boccheggiano disperati impiegati moribondi...
Mentre sto ancora visualizzando cartoonesco sadismo, divento conscio della pochezza delle mie fantasie, automatiche, superficiali, finte: ho indossato in un attimo, senza esitare, quel ruolo di comparsa tapina, di spettatore rancoroso che la ritualità della situazione ha predisposto per me. Alcune cose sono perfette così come sono, contengono in sé la propria parodia. Bisogna stare attenti, fare l'esercizio d'osservarle senza partecipazione.
Mollo la frizione e riparto, in mente l'ultima cena natalizia aziendale alla quale ho presenziato. I colleghi che godono del buffet, vini e liquori per lubrificare danze e troieggiamenti, i grandi capi che cenano in disparte, serviti al tavolo, e poi si lasciano accompagnare in giro per le sale come allo zoo, affinché possano assistere al divertimento dei dipendenti, gente semplice semplice da soddisfare. Ognuno col proprio ruolo, nel rito che ha la funzione di render vero esattamente quel ruolo. Nient'altro da aggiungere a questa specie di tautologia in atto, nessuna fantasia con cui rivestirla, deriderla, spiegarla, esorcizzarla: non son più tempi da fantozzi, questi. Ridicolo e ferocia sono il pane spezzato per tutti, siam gente cresciuta a messa e accettiamo finalmente il nostro posto nel mondo.
Non se ne esce, penso serpeggiando nervosamente nel traffico, non se ne esce.
Avremo sempre bisogno di mammà che ci dica "siediti qui, aspetta qui, rimani qui": al massimo, forse, i riti si possono rimpiazzare con altri riti. Impossibile liberarsene.
Sospetto che galleggiare nel vuoto non piaccia neppure agli astronauti.
Ci vorrebbero nuove, sorprendenti, variopinte, assurde, sbrilluccicanti ghigliottine in piazza.
Il cambiamento fondamentale, imprescindibile a detta della tizia e della giovane sceneggiatrice lesbica chiamata ad incanalare e dirigere la nostra creatività, era "l'inserimento di un'infermiera maggiorata". Senza quel personaggio prosperoso, discinto, più bagascesco che boccaccesco, potevamo scordarci d'ottenere un contratto. Senza un po' di figa, c'insegnarono serieserie quelle due suffragette da anni zero, non si va da nessuna parte.
Ci son ruoli da rispettare, perché ci son bisogni da appagare: per ogni stronzo pronto a spiegarmelo, ci son io lì apposta a farmelo spiegare.
Quella strada la faccio almeno due volte al giorno, in vespetta. Fermo al rosso, un agitarsi anomalo al limite destro del campo visivo mi costringe allo scatto, manco fossi in pericolo. La scritta "tutta un'altra banca" sovrasta la vetrina che esibisce tutta quanta la minuscola filiale. L'ufficio è stracolmo. Impiegati pigiati l'uno contro l'altro s'ingozzano di tartine, bevono, qualcuno indossa il cappellino conico di festosa ordinanza, scorgo due, tre braccia alzate che immortalano a casaccio dall'alto con lussuose digitalone la minifolla gaudente. Non si sente alcun vociare, solo un ovattatissimo tunza-tunza. Eppure, gli impiegati incravattati mostrano bocche urlanti, e vedo chiaramente colleghe sottolineare risate di circostanza gettando leggermente indietro la testa. Qualcuno ha persino la camicia rosa.
Immagino varianti, a raffica: entro e inizio a mitragliare, la vetrina spalmata di sangue tartine frattaglie; entro e vomito a spruzzo scatenando complessivo degenero intestinale, sempre il vetro spalmato però di bile pan carrè patè parzialmente digerito; entro con una banda di barboni nudi in preda a folle priapismo, di nuovo il vetro su cui si spalmano mani e volti stropicciati dagli spasmi per la lercia sommaria giustizia sodomita; entro con una pompa da vigile del fuoco dopo aver sigillato ermeticamente il locale, la vetrina trasformata in acquario in cui boccheggiano disperati impiegati moribondi...
Mentre sto ancora visualizzando cartoonesco sadismo, divento conscio della pochezza delle mie fantasie, automatiche, superficiali, finte: ho indossato in un attimo, senza esitare, quel ruolo di comparsa tapina, di spettatore rancoroso che la ritualità della situazione ha predisposto per me. Alcune cose sono perfette così come sono, contengono in sé la propria parodia. Bisogna stare attenti, fare l'esercizio d'osservarle senza partecipazione.
Mollo la frizione e riparto, in mente l'ultima cena natalizia aziendale alla quale ho presenziato. I colleghi che godono del buffet, vini e liquori per lubrificare danze e troieggiamenti, i grandi capi che cenano in disparte, serviti al tavolo, e poi si lasciano accompagnare in giro per le sale come allo zoo, affinché possano assistere al divertimento dei dipendenti, gente semplice semplice da soddisfare. Ognuno col proprio ruolo, nel rito che ha la funzione di render vero esattamente quel ruolo. Nient'altro da aggiungere a questa specie di tautologia in atto, nessuna fantasia con cui rivestirla, deriderla, spiegarla, esorcizzarla: non son più tempi da fantozzi, questi. Ridicolo e ferocia sono il pane spezzato per tutti, siam gente cresciuta a messa e accettiamo finalmente il nostro posto nel mondo.
Non se ne esce, penso serpeggiando nervosamente nel traffico, non se ne esce.
Avremo sempre bisogno di mammà che ci dica "siediti qui, aspetta qui, rimani qui": al massimo, forse, i riti si possono rimpiazzare con altri riti. Impossibile liberarsene.
Sospetto che galleggiare nel vuoto non piaccia neppure agli astronauti.
Ci vorrebbero nuove, sorprendenti, variopinte, assurde, sbrilluccicanti ghigliottine in piazza.
lunedì 18 giugno 2012
insaccato.
All'università dove i padroni parcheggiano i figli in attesa di farli spadroneggiare per il mondo, un ragazzone superfichissimo mi offrì cinquanta euro per fare al posto suo il compito che avevo assegnato, in aula, appena mezz'ora prima. Stavamo salendo, sulle scale mobili, e lui era dietro di me. Rimasi un po' a fissarlo. Entrambi impassibili. No, non stava scherzando. Mi chiesi come dovevo apparire ai suoi occhi, come m'avesse valutato prima d'azzardare la proposta, quali fossero i suoi criteri.
"No. Non si può. E comunque cinquanta euro sono pochi."
Nonostante questo percorso sia chiaramente un processo, nonostante quest'obbligato inarrestabile divenire, per chi mi circonda rimarrò comunque quell'immutabile fotografia d'un coglione scattata chissà dove e quando a mia insaputa.
In questa città vivono i miei parenti ricchi. Ad alcuni di loro, con moderazione e parsimonia, voglio persino bene.
Mai mi hanno offerto un pranzo o un caffè nei miei giorni disoccupati, mai hanno cercato la mia compagnia. Quando ingoiando pure l'ultimo residuo d'orgoglio mi sono deciso a chieder loro aiuto, hanno preso tempo per potermi ignorare con calma. Ecco, questo è doloroso: vedere che non c'è niente di romantico neppure nell'essere poco raccomandabile.
Son queste cose che tritano sul serio le ossa, così come è la rabbia, poi, a tener insieme ciò che resta. Come un würstel, uscirò da questa macchina masticatrice complessivamente più insaccato che incazzato, ne uscirò cioè non davvero indigesto come vorrei, ma ben preparato per il prossimo definitivo sbrano, ghiottoneria ingegneristicamente progettata per palati ignoranti.
Un noto quotidiano, tempo fa, mi offrì un lavoro: per le pagine locali, avrei dovuto cercare e scrivere notizie ambientate nel quartiere in cui vivevo. Il tizio, in redazione, specificò poi che tali notizie non avrebbero dovuto essere "per forza vere", ma che l'importante era raccontare storie, preferibilmente di cronaca nera o rosa, dal "sapore folcloristico".
"Ti paghiamo dieci euro al pezzo: alcuni nostri collaboratori riescono a pubblicarne anche dieci al mese". Nessuno m'avrebbe mai chiesto di documentare la veridicità dei pezzi, potevo star tranquillo.
Rifiutai. Intendiamoci: rifiutai per la miseria del compenso, mica per altro.
Ho fatto pur'io la mia bella parte per rendere il mondo un posto peggiore, davvero.
È il candore di questa gente, che non cessa di sfinirmi. Persino il cinismo è diventato roba da perdenti, e aver dimostrato per gentilezza un briciolo d'insincero interesse per il lato fiabesco dell'incarico mi fece sicuramente apparire, agli occhi di quell'impiegato dell'informazione, uno strano tipo di coglione.
È folclore. Non sta succedendo davvero, sta succedendo nel mio quartiere, sta succedendo adesso.
Sono un tipo poco raccomandabile.
"No. Non si può. E comunque cinquanta euro sono pochi."
Nonostante questo percorso sia chiaramente un processo, nonostante quest'obbligato inarrestabile divenire, per chi mi circonda rimarrò comunque quell'immutabile fotografia d'un coglione scattata chissà dove e quando a mia insaputa.
In questa città vivono i miei parenti ricchi. Ad alcuni di loro, con moderazione e parsimonia, voglio persino bene.
Mai mi hanno offerto un pranzo o un caffè nei miei giorni disoccupati, mai hanno cercato la mia compagnia. Quando ingoiando pure l'ultimo residuo d'orgoglio mi sono deciso a chieder loro aiuto, hanno preso tempo per potermi ignorare con calma. Ecco, questo è doloroso: vedere che non c'è niente di romantico neppure nell'essere poco raccomandabile.
Son queste cose che tritano sul serio le ossa, così come è la rabbia, poi, a tener insieme ciò che resta. Come un würstel, uscirò da questa macchina masticatrice complessivamente più insaccato che incazzato, ne uscirò cioè non davvero indigesto come vorrei, ma ben preparato per il prossimo definitivo sbrano, ghiottoneria ingegneristicamente progettata per palati ignoranti.
Un noto quotidiano, tempo fa, mi offrì un lavoro: per le pagine locali, avrei dovuto cercare e scrivere notizie ambientate nel quartiere in cui vivevo. Il tizio, in redazione, specificò poi che tali notizie non avrebbero dovuto essere "per forza vere", ma che l'importante era raccontare storie, preferibilmente di cronaca nera o rosa, dal "sapore folcloristico".
"Ti paghiamo dieci euro al pezzo: alcuni nostri collaboratori riescono a pubblicarne anche dieci al mese". Nessuno m'avrebbe mai chiesto di documentare la veridicità dei pezzi, potevo star tranquillo.
Rifiutai. Intendiamoci: rifiutai per la miseria del compenso, mica per altro.
Ho fatto pur'io la mia bella parte per rendere il mondo un posto peggiore, davvero.
È il candore di questa gente, che non cessa di sfinirmi. Persino il cinismo è diventato roba da perdenti, e aver dimostrato per gentilezza un briciolo d'insincero interesse per il lato fiabesco dell'incarico mi fece sicuramente apparire, agli occhi di quell'impiegato dell'informazione, uno strano tipo di coglione.
È folclore. Non sta succedendo davvero, sta succedendo nel mio quartiere, sta succedendo adesso.
Sono un tipo poco raccomandabile.
martedì 5 giugno 2012
scacco a Windom.
Finalmente riesco a leggerlo, in trasparenza. Cazzo, assomiglia davvero a Windom Earle, e tutto vibrante d'elettricità che gli strabuzza gli occhi s'alza, racconta, gesticola, mi scruta indagatore, annusa le mie risposte sempre paracule, mi racconta con piglio drammatico di quell'inquilino maledetto che non gli ha mai ma proprio mai pagato l'affitto: gli aveva detto d'essere un carabiniere, e invece serviva alla mensa della caserma e aveva falsificato ad arte tutti i documenti per abbindolarlo ben bene. Davvero non colgo il punto, ma annuisco complice facendo automaticamente miei i segni della sua indignazione.
Quando mi dice che dei miei ex colleghi genovesi, tra tutti, conosce proprio quel nano là vincente sudaticcio profumatissimo e platealmente cocainomane, il quadro è compiuto e realizzo che posso farcela.
Posso farcela.
"Cioè, capirai, non per farmi gli affari tuoi, ma le garanzie... senza una busta paga..."
Sorrido appena, inspiro, attacco a parlare con quel mix di pazienza paterna e arroganza furbetta che costringe, in genere, la gente come lui a darti ragione piuttosto che correre il rischio - inaffrontabile per chi nella vita mai è stato sfiorato da punkitudine alcuna - di passare da coglione: "beh, guarda, a dirti il vero è proprio il lavoro fisso a costituire un'anomalia nel mio campo... solitamente, lavoro in giro per l'Italia, alla settimana della moda ad esempio... fondamentalmente tutte collaborazioni così, freelance..." e avanti a sommergerlo di fumose fumanti stronzate. Dopo, ovviamente, mi sentirò addosso tutto quello sporco dell'umanità che detesto, insieme all'inevitabile esaltazione del baro vittorioso, quel miscuglio postmasturbatorio di colpevolezza e soddisfazione che sempre m'assale quando m'accorgo che sì, potrei davvero essere come te, potrei pur'io simulare una vita intera.
Garanzie?!? Possibile che l'unico azzardo spetti sempre e solo a voi, voi che comunque mai potreste perdere? In che mondo vive, questa gente che non fa che chiedere e addirittura esigere garanzie? Nel mio mondo, l'avvocato re del karaoke che vive nell'appartamento sopra il mio, vedendomi riparare il sellino della vespa col nastro adesivo mi chiede, tutto pimpante per dissimulare l'imbarazzo, "ma se poi vuoi buttarlo via regalamelo, eh, che sul mio ora, prima di salire, io metto un giornale così non mi bagno il culo con l'acqua che viene da dentro". Perché l'evidenza è che pure la rispettabilità è un azzardo, una finzione precaria.
E quindi son qui a dirgli 'ste cazzate pensando invece chissà perché che forse dovrei raccontargli di quell'estate, da ragazzetto, in cui ho fatto il muratore per quel tizio che tutti chiamavano Gesùccristo, un uomo smilzo e possente che la mattina m'offriva focaccia buonissima ancora fumante e che ogni giorno m'inorgogliva con il suo stupore per la mia forza comunque sorprendente, nel mio piccolo, ignorando il dolore dei miei muscoli quando la sera rimanevo per ore a galleggiare nella vasca bollente prima d'andare a letto felice, felice e soddisfatto nell'illusione di sentirmi un po' uomo e un po' utile. Ma queste son cose da non dire a nessuno, mai, perché quello star bene infantile e dunque lecitamente, genuinamente consolatorio risulta insopportabile a noi borghesi, è qualcosa da nascondere con l'alibi del rispetto, questo sì falso e borghese, per il santissimo proletariato sgobbone. Son mondi che davvero non si possono mischiare, questi, manco nei discorsi da bar, e così come quest'uomo che ho davanti mai mi considererà suo pari concedendomi il sospetto dell'azzardo (e per questo io lo fotterò, da suo pari), così nessuno mai più come Gesùccristo mi chiamerà compagno senza ironia.
E allora adesso io mi permetto un sorriso finalmente sincero, di cui tu ignorerai per sempre l'origine e il perché: qui, ora, io sono il disoccupato con la casa nuova e bellissima, il perdente che prevale, il re del foro che trionfa con le chiappe bagnate, un autentico tristo eroe dei due mondi, insomma, come quest'italietta infame impone.
Ma non son cose da raccontarsi in giro, queste.
Quando mi dice che dei miei ex colleghi genovesi, tra tutti, conosce proprio quel nano là vincente sudaticcio profumatissimo e platealmente cocainomane, il quadro è compiuto e realizzo che posso farcela.
Posso farcela.
"Cioè, capirai, non per farmi gli affari tuoi, ma le garanzie... senza una busta paga..."
Sorrido appena, inspiro, attacco a parlare con quel mix di pazienza paterna e arroganza furbetta che costringe, in genere, la gente come lui a darti ragione piuttosto che correre il rischio - inaffrontabile per chi nella vita mai è stato sfiorato da punkitudine alcuna - di passare da coglione: "beh, guarda, a dirti il vero è proprio il lavoro fisso a costituire un'anomalia nel mio campo... solitamente, lavoro in giro per l'Italia, alla settimana della moda ad esempio... fondamentalmente tutte collaborazioni così, freelance..." e avanti a sommergerlo di fumose fumanti stronzate. Dopo, ovviamente, mi sentirò addosso tutto quello sporco dell'umanità che detesto, insieme all'inevitabile esaltazione del baro vittorioso, quel miscuglio postmasturbatorio di colpevolezza e soddisfazione che sempre m'assale quando m'accorgo che sì, potrei davvero essere come te, potrei pur'io simulare una vita intera.
Garanzie?!? Possibile che l'unico azzardo spetti sempre e solo a voi, voi che comunque mai potreste perdere? In che mondo vive, questa gente che non fa che chiedere e addirittura esigere garanzie? Nel mio mondo, l'avvocato re del karaoke che vive nell'appartamento sopra il mio, vedendomi riparare il sellino della vespa col nastro adesivo mi chiede, tutto pimpante per dissimulare l'imbarazzo, "ma se poi vuoi buttarlo via regalamelo, eh, che sul mio ora, prima di salire, io metto un giornale così non mi bagno il culo con l'acqua che viene da dentro". Perché l'evidenza è che pure la rispettabilità è un azzardo, una finzione precaria.
E quindi son qui a dirgli 'ste cazzate pensando invece chissà perché che forse dovrei raccontargli di quell'estate, da ragazzetto, in cui ho fatto il muratore per quel tizio che tutti chiamavano Gesùccristo, un uomo smilzo e possente che la mattina m'offriva focaccia buonissima ancora fumante e che ogni giorno m'inorgogliva con il suo stupore per la mia forza comunque sorprendente, nel mio piccolo, ignorando il dolore dei miei muscoli quando la sera rimanevo per ore a galleggiare nella vasca bollente prima d'andare a letto felice, felice e soddisfatto nell'illusione di sentirmi un po' uomo e un po' utile. Ma queste son cose da non dire a nessuno, mai, perché quello star bene infantile e dunque lecitamente, genuinamente consolatorio risulta insopportabile a noi borghesi, è qualcosa da nascondere con l'alibi del rispetto, questo sì falso e borghese, per il santissimo proletariato sgobbone. Son mondi che davvero non si possono mischiare, questi, manco nei discorsi da bar, e così come quest'uomo che ho davanti mai mi considererà suo pari concedendomi il sospetto dell'azzardo (e per questo io lo fotterò, da suo pari), così nessuno mai più come Gesùccristo mi chiamerà compagno senza ironia.
E allora adesso io mi permetto un sorriso finalmente sincero, di cui tu ignorerai per sempre l'origine e il perché: qui, ora, io sono il disoccupato con la casa nuova e bellissima, il perdente che prevale, il re del foro che trionfa con le chiappe bagnate, un autentico tristo eroe dei due mondi, insomma, come quest'italietta infame impone.
Ma non son cose da raccontarsi in giro, queste.
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